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mag 11, 2010
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feb 14, 2010

Bullismo, fenomeno di questa società

di Serafino Rizzo - Presidente Associazione Oltre

Le recenti cronache locali hanno riproposto con forza la problematica legata al fenomeno del “bullismo”, che stando agli ultimi sondaggi sembra interessare una percentuale di ragazzi maggiore rispetto a quanto ritenuto.

E’ di qualche giorno fa la notizia che a Potenza la Polizia ha denunciato due ragazzi diciassettenni frequentanti l’Istituto IPIAS (Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato) del capoluogo, ritenuti responsabili di violenze, furti e minacce consumati all’interno della scuola non solo nei confronti di alcuni compagni, ma anche di una professoressa. L’episodio ha assunto carattere ancora più grave per il fatto che uno dei ragazzi era in possesso di una pistola, portata con tranquillità nel proprio zaino e ostentata ai propri compagni come emblema del proprio potere.

Per quanto si tratti di un episodio isolato nella realtà del nostro centro, lo stesso ci fa riflettere circa il decadimento progressivo della nostra società, dove nell’ambito delle dinamiche relazionali l’arroganza sta progressivamente prevalendo sui principi di condivisione e di solidarietà sociale. E tra i ragazzi, specchio e vittime del nostro tempo, si accredita sempre più l’idea che l’affermazione del sé passi attraverso gli strumenti della violenza, piuttosto che attraverso le proprie idee ed il rispetto dell’altro.

Il 21 settembre 2009 veniva pubblicato su Tiscali notizie un articolo di Marco Lodoli, scrittore ed insegnante di Lettere in un istituto professionale della periferia di Roma, nel quale commentava un episodio successo durante il primo giorno di scuola di quest’anno. Approfittando di quel clima amichevole che si vive durante le prime ore del nuovo anno scolastico, nel tentativo di stabilire un contatto con un ragazzetto sovraeccitato, domandava a questi cosa gli piacesse fare, intendendo con ciò chiedere se aveva particolari passioni, se coltivava qualche hobbie. E il ragazzo, in un vivace romanesco, gli ha risposto : “A professò, a me me piace quello che piace a tutti i ragazzi de oggi, me piace solo fa’ er matto”, e ha riso forte,  ma senza allegria. Con una semplicità schietta, in quella risposta, il ragazzo ha sintetizzato lo spirito di questa gioventù, il desiderio di esperienze estreme, la ricerca del divertimento a tutti i costi, la mancanza di passioni, l’indifferenza verso la politica e il sociale. Fare il matto diventa l’unico scopo, lo strumento per sentirsi adeguati al contesto sociale in cui si vive.

E’ proprio la “misura” quella che viene a mancare in molti casi ai giovani, soprattutto ai giovanissimi, portati ad una totale sottovalutazione dei rischi e disponibili, invece, a rispondere positivamente alla pressione del gruppo che “vince” sulle regole e sui consigli dei genitori, ma anche, e soprattutto, sulle personali convinzioni destinate ad essere messe da parte dalla “legge del gruppo”.

In un contesto sociale dove il rispetto dell’altro lascia progressivamente spazio ad altri “miti”, siamo chiamati ad andare oltre rispetto ad un’asettica analisi e pensare ad efficaci progetti di rinnovamento culturale. Rimanere fermi alla notizia e alla semplice analisi del fenomeno, risulta un inspiegabile ed anacronistico controsenso per una società che si proclama evoluta. Bisogna riaffermare il senso ed il rispetto delle regole, richiamare tutti ad un nuovo senso civico e alle proprie responsabilità, anche a costo di decisioni “coraggiose”, come la sentenza del Tribunale Civile di Milano del 4 febbraio scorso, che ha condannato i genitori di alcuni ragazzi che avevano abusato più volte di una loro coetanea, ad un risarcimento pecuniario nei confronti della vittima perché colpevoli di “una mancata educazione ai sentimenti”.

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